Il magistero di Benedetto XVI
Non dominio, ma servizio


 
omelia del Santo Padre Benedetto XVI
in occasione di 5 ordinazioni ep.
Basilica Vaticana
Sabato, 12 settembre 2009
 
Cari fratelli e sorelle!

Salutiamo con affetto e ci uniamo cordialmente alla gioia di questi cinque nostri Fratelli presbiteri che il Signore ha chiamato ad essere successori degli Apostoli…

Secondo la Tradizione apostolica, questo Sacramento viene conferito mediante l'imposizione delle mani e la preghiera. L'imposizione delle mani si svolge in silenzio. La parola umana ammutolisce. L'anima si apre in silenzio per Dio, la cui mano s'allunga verso l'uomo, lo prende per sé e, al contempo, lo copre in modo da proteggerlo, affinché in seguito egli sia totalmente proprietà di Dio, gli appartenga del tutto e introduca gli uomini nelle mani di Dio. Ma, come secondo elemento fondamentale dell'atto di consacrazione, segue poi la preghiera. L'Ordinazione… è un evento di preghiera. Nessun uomo può rendere un altro sacerdote o vescovo. È il Signore stesso che, attraverso la parola della preghiera e il gesto dell'imposizione delle mani, assume quell'uomo totalmente al suo servizio, lo attira nel suo stesso Sacerdozio. Egli stesso consacra gli eletti. Egli stesso, l'unico Sommo Sacerdote, che ha offerto l'unico sacrificio per tutti noi, gli concede la partecipazione al suo Sacerdozio, affinché la sua Parola e la sua opera siano presenti in tutti i tempi….

Gesù ha riassunto tutti questi molteplici aspetti del suo Sacerdozio nell'unica frase: "Il Figlio dell'uomo non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti" (Mc 10, 45). Servire e in ciò donare se stessi; essere non per se stessi, ma per gli altri, da parte di Dio e in vista di Dio: è questo il nucleo più profondo della missione di Gesù Cristo e, insieme, la vera essenza del suo Sacerdozio. Così, Egli ha reso il termine "servo" il suo più alto titolo d'onore. Con ciò ha compiuto un capovolgimento dei valori, ci ha donato una nuova immagine di Dio e dell'uomo. Gesù non viene come uno dei padroni di questo mondo, ma Lui, che è il vero Padrone, viene come servo. Il suo Sacerdozio non è dominio, ma servizio: è questo il nuovo Sacerdozio di Gesù Cristo al modo di Melchisedek.

San Paolo ha formulato l'essenza del ministero apostolico e sacerdotale in maniera molto chiara. Di fronte ai litigi, che c'erano nella Chiesa di Corinto tra correnti diverse che si riferivano ad Apostoli diversi, egli domanda: Ma cosa è mai un Apostolo? Cosa è mai Apollo? Che cosa è Paolo? Sono servitori; ciascuno come il Signore gli ha concesso (cfr 1 Cor 3, 5). "Ognuno ci consideri come servi di Cristo e amministratori dei misteri di Dio. Ora, ciò che si richiede agli amministratori è che ognuno risulti fedele" (1 Cor 4, 1s). A Gerusalemme, nell'ultima settimana della sua vita, Gesù stesso ha parlato in due parabole di quei servi ai quali il Signore affida i suoi beni nel tempo del mondo, e vi ha rilevato tre caratteristiche del servire nel modo giusto, nelle quali si concretizza anche l'immagine del ministero sacerdotale.

Gettiamo infine ancora un breve sguardo su queste caratteristiche, per contemplare, con gli occhi di Gesù stesso, il compito che voi, cari amici, siete chiamati ad assumere in quest'ora.
La prima caratteristica, che il Signore richiede dal servo, è la fedeltà. Gli è stato affidato un grande bene, che non gli appartiene. La Chiesa non è la Chiesa nostra, ma la sua Chiesa, la Chiesa di Dio. Il servo deve rendere conto di come ha gestito il bene che gli è stato affidato. Non leghiamo gli uomini a noi; non cerchiamo potere, prestigio, stima per noi stessi. Conduciamo gli uomini verso Gesù Cristo e così verso il Dio vivente. Con ciò li introduciamo nella verità e nella libertà, che deriva dalla verità. La fedeltà è altruismo, e proprio così è liberatrice per il ministro stesso e per quanti gli sono affidati. Sappiamo come le cose nella società civile e, non di rado, anche nella Chiesa soffrono per il fatto che molti di coloro, ai quali è stata conferita una responsabilità, lavorano per se stessi e non per la comunità, per il bene comune. Il Signore traccia con poche linee un'immagine del servo malvagio, il quale si mette a gozzovigliare e a percuotere i dipendenti, tradendo così l'essenza del suo incarico. In greco, la parola che indica "fedeltà" coincide con quella che indica "fede". La fedeltà del servo di Gesù Cristo consiste proprio anche nel fatto che egli non cerca di adeguare la fede alle mode del tempo. Solo Cristo ha parole di vita eterna, e queste parole dobbiamo portare alla gente. Esse sono il bene più prezioso che ci è stato affidato.

Una tale fedeltà non ha niente di sterile e di statico; è creativa. Il padrone rimprovera il servo, che aveva nascosto sottoterra il bene consegnatogli per evitare ogni rischio. Con questa apparente fedeltà il servo ha in realtà accantonato il bene del padrone, per potersi dedicare esclusivamente ai propri affari. Fedeltà non è paura, ma è ispirata dall'amore e dal suo dinamismo. Il padrone loda il servo, che ha fatto fruttificare i suoi beni. La fede richiede di essere trasmessa: non ci è stata consegnata soltanto per noi stessi, per la personale salvezza della nostra anima, ma per gli altri, per questo mondo e per il nostro tempo. Dobbiamo collocarla in questo mondo, affinché diventi in esso una forza vivente; per far aumentare in esso la presenza di Dio.

La seconda caratteristica, che Gesù richiede dal servo, è la prudenza. Qui bisogna subito eliminare un malinteso. La prudenza è una cosa diversa dall'astuzia. Prudenza, secondo la tradizione filosofica greca, è la prima delle virtù cardinali; indica il primato della verità, che mediante la "prudenza" diventa criterio del nostro agire. La prudenza esige la ragione umile, disciplinata e vigilante, che non si lascia abbagliare da pregiudizi; non giudica secondo desideri e passioni, ma cerca la verità - anche la verità scomoda. Prudenza significa mettersi alla ricerca della verità ed agire in modo ad essa conforme. Il servo prudente è innanzitutto un uomo di verità e un uomo dalla ragione sincera. Dio, per mezzo di Gesù Cristo, ci ha spalancato la finestra della verità che, di fronte alle sole forze nostre, rimane spesso stretta e soltanto in parte trasparente. Egli ci mostra nella Sacra Scrittura e nella fede della Chiesa la verità essenziale sull'uomo, che imprime la direzione giusta al nostro agire. Così, la prima virtù cardinale del sacerdote ministro di Gesù Cristo consiste nel lasciarsi plasmare dalla verità che Cristo ci mostra. In questa maniera diventiamo uomini veramente ragionevoli, che giudicano in base all'insieme e non a partire da dettagli casuali. Non ci lasciamo guidare dalla piccola finestra della nostra personale astuzia, ma dalla grande finestra, che Cristo ci ha aperto sull'intera verità, guardiamo il mondo e gli uomini e riconosciamo così che cosa conta veramente nella vita.

La terza caratteristica di cui Gesù parla nelle parabole del servo è la bontà: "Servo buono e fedele ... prendi parte alla gioia del tuo padrone" (Mt 25, 21.23). Ciò che s'intende con la caratteristica della "bontà" può rendersi chiaro a noi, se pensiamo all'incontro di Gesù con il giovane ricco. Quest'uomo si era rivolto a Gesù chiamandolo "Maestro buono" e ricevette la risposta sorprendente: "Perché mi chiami buono? Nessuno è buono se non Dio solo" (Mc 10, 17s). Buono in senso pieno è solo Dio. Egli è il Bene, il Buono per eccellenza, la Bontà in persona. In una creatura - nell'uomo - l'essere buono si basa pertanto necessariamente su un profondo orientamento interiore verso Dio. La bontà cresce con l'unirsi interiormente al Dio vivente. La bontà presuppone soprattutto una viva comunione con Dio il Buono, una crescente unione interiore con Lui. E di fatto: da chi altri si potrebbe imparare la vera bontà se non da Colui, che ci ha amato sino alla fine, sino all'estremo (cfr. Gv 13, 1)? Diventiamo servi buoni mediante il nostro rapporto vivo con Gesù Cristo. Solo se la nostra vita si svolge nel dialogo con Lui, solo se il suo essere, le sue caratteristiche penetrano in noi e ci plasmano, possiamo diventare servi veramente buoni. 

                                                                 BENEDETTO XVI


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DIVENTARE  "STRUMENTI DI SALVEZZA"

di Vincenzo Sardelli


La figura del sacerdote come servo richiama una investitura dal sapore antico, piena di sfumature simboliche.Nel medioevo l'atto di omaggio era un formale rito di sottomissione con il quale un signore feudale riconosceva la superiorità di un altro nobile. L'etimologia testimonia la natura di tale atto: il termine deriva infatti da homo (“uomo”) e agere (“condurre”) e indicava una cerimonia durante la quale il nobile si dichiarava uomo fedele del suo signore e pronto a farsi condurre da questo. Durante l’investitura il sottoposto professava un atto di umiltà e giurava fedeltà, ricevendo in cambio dal superiore in usufrutto, vita natural durante, la concessione del feudo, che da un certo momento divenne ereditaria per il figlio primogenito.

Nell’ordinazione sacerdotale la simbologia è analoga, ma cambia radicalmente la sostanza, che da antropologica diventa teologica, dato che siamo di fronte a un Sacramento. L’atto di sottomissione, l’omaggio, avviene davanti a Dio; la dichiarazione di fedeltà è una preghiera; la protezione che si riceve è quella dell’Altissimo; il feudo da difendere e rendere fecondo è la Chiesa, ossia la comunità dei fedeli. L’eredità è il Regno di Dio.

Il Papa, nell’Omelia del 12 settembre scorso, fa riferimento al silenzio come spazio privilegiato dell’incontro dell’uomo con Dio. Nel silenzio il sacerdote, come ogni fedele, rinasce proprio attraverso i ripetuti incontri con Dio. Viaggia al centro della propria anima. Cresce. Si rigenera. Riscopre ogni giorno il contatto con l’Assoluto e con quei valori che danno spessore all’esistenza e alla propria dimensione spirituale.

Il silenzio è particolarmente caro a un Pontefice che si è dato il nome di Benedetto, il santo fondatore della vita monastica. Nel definire il sacerdote un “servo”, il Papa sembra alludere anche all’importanza del lavoro, occasione di santificazione della vita ordinaria nell’umiltà e nell’impegno costante, nell’attenzione ai dettagli e nella cura delle persone, anima e corpo.

Il sacerdote come servo, il Papa come servus servorum, “servo dei servi”, guida di un popolo in cammino perché supportato dalla grazia illuminante di Dio, dalla forza della preghiera e dall’aiuto di Maria. Tornano alla mente le prime parole pronunciate da Benedetto XVI, quel pomeriggio del 19 aprile del 2005, subito dopo l’elezione alla cattedra di Pietro: “Cari fratelli e sorelle, dopo il grande Papa Giovanni Paolo II, i signori cardinali hanno eletto me, un semplice e umile lavoratore della vigna del Signore. Mi consola il fatto che il Signore sa lavorare e agire anche con strumenti insufficienti e soprattutto mi affido alle vostre preghiere. Nella gioia del Signore risorto, fiduciosi nel suo aiuto, andiamo avanti. Il Signore ci aiuterà e Maria sua santissima Madre sarà dalla nostra parte”.

Lo scorso mese di giugno Benedetto XVI ha inaugurato per la Chiesa l’Anno Sacerdotale. Esso si può intendere in un duplice senso: in riferimento cioè al sacerdozio ministeriale dei presbiteri e al sacerdozio comune di tutti i fedeli.Non si tratta di due realtà contrapposte o solo accostate tra loro. Il sacerdozio ministeriale è infatti al servizio del sacerdozio comune dei fedeli, affinché tutti noi possiamo essere un sacrificio perenne gradito a Dio, come Corpo di Cristo e tempio dello Spirito. Fedeltà, prudenza e bontà sono i pilastri che devono fare di tutti i fedeli, laici o consacrati, le pietre vive che conducono alla santità. Questo anno pastorale deve essere vissuto da tutti noi come l’occasione per una sosta contemplativa e rigenerante, un tempo di gratuità e di lode. Attraverso i doni della fedeltà, della prudenza e della bontà, anche noi possiamo rinnovare il nostro cammino verso la perfezione, e diventare pietre vive per la costruzione della Chiesa. Il nostro sacerdozio altro non è che l’amore del cuore di Gesù.

La nostra società sta forse vivendo un periodo di crisi spirituale. Sembra scristianizzarsi. Le “energie”, intese come sacerdoti e laici disponibili all’annuncio del Vangelo, sembrano ridimensionarsi e appaiono insufficienti già solo a mantenere l’esistente. Dove attingere forza per un compito in apparenza così arduo?

Ha scritto di recente Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano: “Mi capita spesso di pensare agli undici apostoli riuniti nel Cenacolo di Gerusalemme. Davanti alla loro pochezza e alla loro paura ecco rivelarsi – inattesi e prodigiosi – la fiducia che il Signore riponeva in loro e il mandato missionario che stava per assegnare loro: fuori dalle porte del Cenacolo li attendevano i confini del mondo. Meditiamo questa scena evangelica: non c’è cammino autentico di Chiesa se non a partire dal cuore di Cristo e dall’effusione dello Spirito Santo! Ma forse il nostro sguardo ha bisogno di purificarsi per riconoscere le messi abbondanti che stanno davanti a noi: è un tempo di grazia, una vera e propria “primavera dello Spirito. Nonostante tutto, i veri discepoli del Risorto non sanno che cosa è la sfiducia, il lamento, la paura”.

Fedeltà è anche attesa fiduciosa del ritorno del Signore. Prudenza è testimonianza della Verità. Bontà è consapevolezza che Dio, sommo Bene, non ci abbandona anche nella povertà dei mezzi a disposizione. Umiltà, infine, è resistere alla tentazione di voler vivere al di sopra delle proprie possibilità, alla presunzione che noi uomini, sacerdoti o laici, possiamo ripristinare ordine e giustizia solo con le nostre forze.

Benedetto XVI, nel solco tracciato sin dalle prime parole pronunciate dopo l’Habemus Papam, sembra ricordarci anche nell’Omelia del 12 settembre, ancora una volta, che non è il nostro “zelo”, non sono i nostri sforzi e nemmeno i nostri progetti a convertire i cuori, ma il dispiegarsi – anche attraverso la nostra presenza – della grazia di Dio e della sua efficacia. È dunque nella constatazione della nostra impotenza, nell’umiltà e nel nascondimento che noi percorriamo le vie del Vangelo. E così, pur non essendo dei “salvatori”, possiamo comunque diventare “strumenti” di salvezza. Dando spessore al nostro fugace passaggio sulla Terra.







Data: 30/10/2009
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